VLADISLAV SHABALIN – IMMIGRANT SONG, IL CANTO MUTO DEGLI IMMIGRATI: ai Colonos di Villacaccia l’installazione dell’artista russo Shabalin

Vladislav Shabalin
Vladislav Shabalin

VLADISLAV SHABALIN – IMMIGRANT SONG, IL CANTO MUTO DEGLI IMMIGRATI: ai Colonos di Villacaccia (click: MAPPA) Le migrazioni, volontarie o forzate, determinate da povertà, epidemie, calamità naturali, guerre e persecuzioni, fanno parte della storia dell’uomo, ma negli ultimi decenni hanno assunto proporzioni enormi. A questo fenomeno antico e, insieme, emergenza del nostro tempo, è dedicata l’installazione artistica temporanea “Immigrant Song” dell’artista russo, udinese di adozione, Vladislav Shabalin, che sarà presentata domenica 20 maggio ai Colonos di Villacaccia. >>
> c. stampa > Il titolo IMMIGRANT SONG, IL CANTO MUTO DEGLI IMMIGRATI, ispirato allo storico pezzo che apre l’album Led Zeppelin III, rievoca, insieme ai temi della canzone, un’esperienza che ha segnato profondamente l’artista ai tempi dell’Unione Sovietica, quando il rock era “merce di contrabbando”. L’opera si compone di fossili di ammonite, specie marina diffusa in tutto il mondo che comparve 400 milioni di anni fa e si estinse tra 65,5 e 0,3 milioni di anni fa. Come si è visto già altre volte anche in situazioni internazionali, con altre memorie fossili assunte come corpo vivo delle sue azioni artistiche, Shabalin, dopo averli restaurati uno per uno, mediante associazioni simboliche e richiami morfologici, “trasforma” gli antichi migranti degli oceani in migranti umani: uomini, donne e bambini in marcia con il loro carico di storia e di speranza.

“Immigrant Song” è una visione, uno sguardo sul fenomeno migratorio colto nel suo svolgersi, nel momento dello spostamento, nel passaggio da una condizione all’altra, da un paese a un altro, in un presente sospeso tra un passato da cui fuggire e un futuro quanto mai incerto. A rimarcare la precarietà della condizione dei migranti, l’installazione si ferma nell’aia dei Colonos solo per un giorno, semplicemente da mezzogiorno al crepuscolo. Un rapido passaggio prima di partire verso altre destinazioni.

Vladislav Shabalin ha un passato di artista e scopritore-promotore di giovani talenti dei paesi dell’ex Unione Sovietica. I suoi anni giovanili, trascorsi tra Donetsk (la capitale del Donbass, dove è nato da genitori russi) e Mosca (dove si è laureato all’Accademia di Belle Arti), sono caratterizzati dalle battaglie per la libertà di espressione. I suoi lavori di pittura e grafica d’impronta surrealista gli sono costati la reclusione in ospedale psichiatrico come schizofrenico, salvo essere riabilitato con l’arrivo della Perestroika. Nel 1988, a Donetsk, fonda e dirige Avantgarde, la prima galleria di arte non ufficiale in Ucraina. Tra la fine degli anni Ottanta e i primi anni Novanta, oltre alle mostre personali organizza numerose collettive in diversi paesi dell’URSS. Nel 1991 il Ministero della Cultura della Lettonia acquista due sue opere per il Museo Nazionale di Arte Moderna di Riga. Arriva per la prima volta in Italia nell’estate del 1992, su invito della Regione Veneto, per allestire una mostra con oltre duecento opere di artisti ucraini, incluse le proprie. Si stabilisce quindi nel nostro paese e nei tre anni successivi realizza numerose altre mostre tra Veneto e Friuli. Dal 1997 si dedica al restauro di fossili presso il laboratorio paleontologico del gruppo Geoworld, fondato e presieduto da Stefano Piccini, che sostiene il progetto di “arte fossileideato da Shabalin nel 2007, nel quale si fondono arte e scienza. Il reperto fossile, con il suo carico di storia, diventa l’elemento dominante della nuova pagina artistica di Shabalin e la memoria, il passato – terreno fertile da cui germoglia tutta la produzione dell’artista – acquistano nuova forza, mentre il centro di gravità attorno a cui ruota la nuova produzione si sposta gradualmente dall’esperienza individuale a quella collettiva.

Negli ultimi anni i lavori di Shabalin sono stati esposti a Vienna, Strasburgo, Innsbruck, Bratislava, Venezia, Hong Kong e Basilea.

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